A tutti può capitare e capita, di ritrovarsi mezzi morti sulla strada. Ci ritroviamo vulnerabili davanti a una relazione spezzata, davanti a un lavoro perso, per un amore finito per una disobbedienza del corpo, siamo vulnerabili davanti a un vuoto esistenziale, sulla montagna da cui si stacca un ghiacciaio o nel mare aperto sopra una carretta della speranza. Siamo tutti vulnerabili, possiamo essere feriti o uccisi dalla vita in qualunque situazione o condizione ci troviamo.
Siamo uomini e donne accomunati dall’impossibilità di sfuggire alla vulnerabilità che ci segna fin dalla nascita. La parabola del Vangelo odierno è un invito a guardare le cose a partire da questa vulnerabilità comune e condivisa. Solo chi scopre che nella vulnerabilità dell’altro io vedo la mia vulnerabilità comprende la misericordia che non ha la sua radice nello sforzo umano o nel credo religioso. Chi non si ferma davanti alla vulnerabilità dell’altro e passa oltre vive ingannando se stesso, cercando di rimuovere la propria vulnerabilità fino a quando la vita non lo costringerà a scendere da cavallo. Nel racconto di Gesù è un samaritano che si ferma e soccorre il mo-ribondo.
Certamente non si ferma per la sua fede, ma perché ricono-sce nelle ferite dell’altro la sua stessa possibilità di essere ferito. In quella vulnerabilità vede uno come lui. Quelle ferite diventano uno spazio da abitare insieme. Non c’è altro da condividere: non ci sono parole, non ci sono lamenti, non ci sono bandiere, solo ferite da condividere. È li, in quelle ferite, che pos-siamo riappropriarci della nostra umanità.
Buona Domenica!
Don Leonardo




